Medusa’s Spite – Morning Doors

A quasi sette anni di distanza da Floating Around, esce il nuovo concept album dei Medusa’s Spite: Morning Doors.

Uno splendido audiofilm, una trascrizione speculare (come viene anche
suggerito da alcune immagini del booklet) della percezione della realtà

in una musica che si fissa sì nella testa dell’ascoltatore, ma in modo
dolce, senza per questo risultare aggressiva.

Tutto ruota intorno a un ragazzo figlio del nuovo millennio che
trascorre la propria vita barricato nella sicurezza delle proprie
abitudini, attanagliato dalla paura di cambiarle per timore di quello
che potrebbe nascondersi dietro ad esse.
La speranza che lo tiene in vita è che un mattino una pioggia di luce
possa illuminare la Terra e far nascere un uomo nuovo, capace di
sentire il profumo della vita che avvolge ogni atomo del suo corpo

Le sue giornate non sono scandite dal sorgere e dal tramontare del sole,
ma da eventi che disarmano per la loro banalità e freddezza (la
colazione, il viaggio verso il posto di lavoro, le compere al
supermercato affollato, il tg dell’una….) Privato del calore e della
guida del sole gli sembra di vivere in un giorno sintetico, dove anche
l’alba elettronica può essere comandata da un interruttore, depurata
della sua spontaneità e naturalezza proprio come tutto il resto.

La sua paura e le sue debolezze gli generano sensi di colpa che non è in
grado di gestire e lo spingono a fissare lo sguardo su cosa c’e’ fuori
per non doversi guardare dentro, è così che finisce per uniformarsi agli altri: benvenuto nel Breakfast Club.

Ma presto si rende conto che non è questo che vuole, una voce da dentro
gli dice che non può nascondere la sua unicità, deve conservare la sua
innocenza anche se vive in mezzo a una folla di demoni il cui unico scopo è togliere alla vita la sua indeterminatezza, trasformarla in una necessità.

Ed è Niky a offrirgli la possibilità di liberarsi da queste oppressioni: un biglietto
per due con destinazione Skyland. Niente può fermarlo, nel sorriso
di Niky il giovane ritrova la luce rossa di un tramonto che gli scalda il cuore.
E’ come una rinascita, una nuova vita si apre di fronte a lui e lo proietta verso un avvenire del quale finalmente non ha più paura.

Quale futuro aspetta chi non è così fortunato da incontrare la sua Niky?
Se lo chiede un vecchio uomo che, giunto ormai alla fine dei suoi giorni, vede il castello delle proprie certezze sgretolarsi e sente tutto il peso delle sfide sostenute fino ad allora senza ricevere in cambio dal destino l’amore tanto agognato. Ma è troppo tardi per prendersela con il mondo e urlargli contro la propria rabbia. La morte incalza … fai quello che devi fare, briefly.

E cosa dire della gente che nemmeno prova a cercare Niky, magari perche’ nella propria miopia, pensa che si possa comprare la felicità al secondo piano di un centro commerciale?
Stritolati dalle regole del mercato (ripassa domani!) affogano nel fiume della loro idiozia per il compiacimento di chi getta loro le esche e trae beneficio dalla loro morte interiore.

Mi ha colpito profondamente il settimo brano, un vero e proprio abbraccio musicale per una persona verso la quale l’artista credo nutra un affetto senza riserve e che ha fatto da musa ispiratrice per gran parte del disco.
Il suo ascolto è stato, almeno per me, una esperienza molto coinvolgente.

Ho trovato molto accattivante “Serious fun”, con i suoi commenti al vetriolo sulle scene di dolore con cui la tv ogni giorno ci bombarda, imponendoci la sua definizione di “normalità” senza lasciare una via d’uscita per chi vuole cambiare canale.
“I’m up to my neck in you” mi dà i brividi… senti davvero qualcuno dietro le spalle che ti segue e ti dice sottovoce cosa “devi” fare e come “devi” pensare.
Una tabula rasa invece i valori nei quali tu vorresti credere, ma, vittima del bombardamento, finisci per dimenticare…

Non so se è una mia impressione oppure semplicemente un caso, comunque ho riconosciuto qua e là nell’album qualche sonorità che rimanda alla colonna sonora che Peter Osborne compose nel 1998 per il film muto Metropolis (1926).
Non so se già lo conoscete, si tratta del primo film di fantascienza della storia del cinema e descrive una società altamente industrializzata in cui sono state eliminate tutte le distinzioni di razza, sesso o religione. L’unica cosa che separa gli uomini ora è il loro turno di lavoro: metà della popolazione lavora di giorno e dorme di notte, l’altra metà lavora di notte e dorme di giorno. Due vite che scorrono parallele, senza mai intersecarsi, finchè un amore non sconvolge le regole e riporta il caos nella città. Il tutto si chiude con una grande inondazione, proprio come nel brano People.
Che siano stati voluti o meno, mi sono piaciuti questi collegamenti :)

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