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Preferisco giocare

ho passato anni a cercare di capire gli altri e prevedere le loro mosse, tentando di ricondurre le interazioni tra le unità carbonio a uno schema, come fossero pezzi su una scacchiera.
Ho cercato di imparare a riconoscere le diverse personalità e a ricondurle tutte a poche categorie.

Dopo un po’ è diventato tutto molto chiaro: chi vive calpestando gli altri, chi ignorandoli, chi si comporta in modo altruistico, pian piano diventa tutto sempre più nitido… come negli scacchi… due caselle avanti, una di lato, scavalcando chi si interpone al passaggio, oppure N caselle avanti ma solo se la strada è tutta libera e sempre che la destinazione sia sicura, o ancora una casella alla volta, piano piano, facendo attenzione alle traiettorie di chi si apposta minaccioso da lontano, in attesa di una buona occasione per schiacciare il nemico.
C’è anche chi si muove solo sulle caselle bianche e guarda con disprezzo chi è relegato alle caselle nere.

Nella vita avviene tutto proprio come negli scacchi: una lunga partita che non finisce mai, con l’unica differenza che ogni pezzo si muove di volontà propria con effetti caotici e non c’è un Grande Maestro a dominare la situazione.
Non c’è nè un vinto nè un vincitore, perchè ognuno si ritiene responsabile solo delle proprie azioni e non delle implicazioni che le azioni di un individuo hanno sugli altri.

Mi chiedo: a che scopo in tutti questi anni ho tentato di capire le regole di questa scacchiera di pazzi? Nessuno sembra interessato alla partita in sè, nessuno ha un interesse a dare il proprio contributo al suo esito, tutti pensano a divertirsi e a raggiungere il proprio scopo: sfuggire al controllo, non farsi mettere in scacco, poter decidere in quale casella stare e poterla cambiare in qualsiasi momento, fregandosene completamente di ciò che succede nel resto della scacchiera.

E’ davvero tutto qua? Basta prendere il controllo delle proprie emozioni per vincere la partita? Basta sentirsi liberi e pensare solo a tenere sotto controllo le pedine che ci stanno intorno, gestendo il tutto come fosse il proprio conto in banca? Una banca dei sentimenti, dove ognuno può decidere di mettere in cassaforte ciò che è scomodo e complicato da gestire e portare invece con sè ciò che dà la massima soddisfazione al proprio ego e alla proprio libido.

Ognuno durante il suo percorso fagocita quello che trova sul suo cammino, ma lo fa con totale indifferenza, senza preoccuparsi di ciò che sottrae agli altri, senza penarsi di tentare di capire le cause e le dinamiche che hanno portato il malcapitato a trovarsi in quel punto in quell’istante.

Mi sento come una pedina sperduta, su una scacchiera che si è frantumata in mille caselle: nessuna sembra più essere quella adatta per me.
Restare in una zona deserta, isolato dagli altri, equivarrebbe a uscire dal gioco. Allo stesso tempo ogni tentativo di raggiungere altre pedine e stabilire nuove relazioni si risolve in un General Failure: vengo fagocitato dalla loro indifferenza oppure dalla loro cattiveria, dal loro odio per chi non si arrende e non si adegua alla massa. Nessuno ha più fiducia nei sentimenti veri, ognuno li ha asserviti al proprio fine personale… e li considera un complemento alla propria persona, una cosa in più che serve solo a stare meglio e dalla quale non bisogna in alcun modo dipendere, ma solo trarne il maggior giovamento possibile.
Nessuno se la sente più di prendere i sentimenti per una persona come unico punto di riferimento. Nessuno vuole rischiare.

E questo per loro è sentirsi parte del Gioco? Questo è sentirsi vivi?

Un buon giocatore non dovrebbe aver paura di perdere…

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